

Una nave che ha fatto la storia della Marina Militare Italiana. L’Incrociatore Raimondo Montecuccoli, per decenni nave scuola, è passato indenne tra gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale e ha effettuato due missioni importantissime: quella in Estremo Oriente tra il 1937 e il 1938 e la crociera transoceanica del 1956.
Partecipo anche io, col mio libro Montecuccoli 1937-38. Viaggio in Estremo Oriente al Bookavenue Book Festival.
Come tutti i festival letterari che si rispettino ci saranno presentazioni ed incontri con l'autore ma in questo caso la novità è che si verificheranno tutti on line.
Qui trovate il programma completo. Venitemi a trovare se vi va.
Ormai il conto alla rovescia per l'uscita del primo romanzo di Frank Spada è iniziato: Marlowe ti amo verrà pubblicato da Robin Edizioni nel febbraio 2010.
Nell'attesa, e per farvi incuriosire, ecco l'incipit gentilmente concesso dall'autore.
I.1
Aria calda dal mare a folate grigie nel cielo. Schiena umidiccia e pantaloni appiccicati guido la mia vecchia Olds lungo Bel Air. Accosto dietro uno scassato furgone rosso ed entro nel bar lì accanto per chiedere da che parte per Sausolito Road. Dentro, solo il barista, in fondo al bancone con la testa china a leggere chissà cosa; ordino spremuta e gin. Tolgo con le dita il ghiaccio e gli chiedo di rabboccare. Solo liquore, mescolare bene, prego. Due lunghe sorsate m’imperlano la fronte, accendo una sigaretta e guardo il filo azzurrognolo turbinare verso il ventilatore, sputando un grosso seme contro una mosca che si rigira sullo sgabello, cuoio rosso, sudicio. Pollastrelle appollaiate, bere e fumare aspettando i loro ganzi – ogni tanto al cesso per rifarsi i musi – e nel cuore il sogno di vivere lontano. Riparto fischiando sull’asfalto un’inversione a U, poi mi metto tranquillo sulle 50 miglia. Wild Corner Bridge, girare a destra e salire lungo i tornanti verso Sunnyhotline. Accendo la radio – cra-cra – forse stasera un bel temporale, nel frattempo godetevi la grande orchestra di Stan Kenton e i brividi dei “No Press” di Maynard Ferguson. Spero che questa volta le previsioni facciano centro, il polveroso vento caldo delle ultime settimane ha reso l’aria davvero irrespirabile.
– Marlowe, fammi un piacere, è la vedova di un mio vecchio compagno d’armi, vedi cosa puoi fare, – ha chiesto il Capitano qualche giorno fa, dicendo che la donna, Angela G., ha una piccola tenuta sull’altopiano della Sierra do Sol, dove vive tra aranci, qualche baio e conti in ordine, e che dopo la morte del marito è incalzata da alcune compagnie di assicurazione. Per nulla al mondo vorrei scontentarlo, quello che mi ha chiesto è pur sempre un lavoro e “un lavoro tira l’altro”, come ripeteva spesso mio padre guardando mamma che preparava le frittelle e non decidendosi su quale brocco fare la puntatina settimanale, mentre io cercavo di partecipare ai suoi problemi promettendogli che una volta saremmo andati assieme alle corse. E invece lo lasciavo sempre lì con gli occhi ai piedi, immobilizzato nella sua poltrona a ricordarmi che il lavoro non perdona, quando lo si prende a grandi dosi e per lunghi anni. Il Capitano della Sezione omicidi ha origini italiane, siciliane, di nome fa Santini e suo padre era amico del mio. Lo conosco da quand’ero bambino, esattamente dal giorno in cui venne a farci visita tutto in tiro nella sua divisa di giovane cadetto di polizia e fece uno scherzoso baciamano a mia madre tenendo il cappello a visiera sotto il braccio come si conviene, e io pensai fosse Petrosino e lo guardai ammirato accanto a mio padre che si complimentava dandogli manate pesanti come macigni sulle spalle. Ma tutto questo è ormai lontano nel tempo, quanto il vecchio quartiere dove abitavo allora e che oggi ha lasciato il posto al Pacific War Memorial, un luogo di ricordi.Svolto all’indicazione e mi fermo al numero 1517 di Longsdale Road.
Dalla grata di un citofono mezzo nascosto da una lussureggiante tuberosa in fiore qualcuno gracchia qualcosa, poi lentamente il cancello automatico si apre e salgo lungo un viale inghiaiato che scricchiola sotto i pneumatici.La casa è quasi un palazzetto, due piani falso inglese di mattoni rossi e torrette a ogni angolo. Intravedo nell’avancorpo delle rimesse una limousine nera, sul lato opposto, seminascosta dietro un’aiuola alberata, una Austin MK azzurra senza capote, ultime due lettere della targa “J-Y”. Una tenda si scosta leggermente al primo piano. Ad attendermi un cinese in maniche di camicia e grembiule rosso che mi sorride fasullo.La grande stanza dove mi lascia pregandomi di aspettare è zeppa di libri in marocchino rosso ben allineati dietro le vetrine di una libreria che racchiude l’intero ambiente in penombra. Spessi tendaggi alle finestre appena socchiuse, divani larghi come letti, molte poltrone, un lungo tavolo ingombro di carte, un imponente caminetto in pietrame e accanto un elegante scrittoio di legni multicolori oltre a tappeti uno sull’altro e un soffocante profumo di gardenie che si mescola all’odore d’aria in scatola. Avverto la presenza di qualcuno alle mie spalle, mezzo giro con la testa e me la trovo quasi di fronte: trent’anni, o qualche giorno di più, si accomoda flessuosa su un divano lasciando uscire allo scoperto due lunghe gambe da far rabbrividire un cieco. La sua voce roca m’invita a servirmi del posacenere sul tavolo e cerco subito di far sparire un resto grigio cadutomi sui pantaloni, prima di sentirmi già in castigo dietro la lavagna.Comincio a osservarla, indossa una leggera vestaglia di seta tenuta aderente al corpo solo da una fascia stretta in vita; ha l’aria d’averla infilata con il fastidio di chi smette qualcosa di piacevole. Con un rapido movimento lancia verso l’alto i lunghi capelli castani, spazzolati in gran fretta e raccolti di lato con un pettine arabescato fitto di pietruzze multicolori; e quelli ridiscendono ad accarezzare l’aria del suo profumo. Né trucco né calze, ai piedi scarpe nere di camoscio dal tacco altissimo che forse stanotte ha mandato in fondo al letto con un colpo di gambe prima di passare ad altro. Alta concentrazione di femminilità e chincaglieria di prim’ordine si accompagnano alla consapevolezza di poterne disporre a suo piacimento. [...]
Andrea Raggio, soprannominato il Rosso, è diventato pirata suo malgrado in seguito ad una turbolenta adolescenza e una gioventù come schiavo dei barbareschi.
Ora che finalmente è libero veleggia nel Mediterraneo del XVI secolo tra pescatori di corallo, ricche galee e feluche arabe, dame, notabili e mercanti corrotti, trafficanti, fanciulle indifese ( o forse no).
In un crescendo di avventure intreccia le proprie vicende con donne affascinanti, spietati contrabbandieri europei e moreschi, oltre ad una vecchia conoscenza che gli ricorda i tempi della schiavitù. Assieme ai suoi uomini più fidati si imbarcherà in un'impresa rischiosa come nelle migliori avventure di mare. Era tanto che non leggevo un romanzo di avventura che raccontasse di pirati, forse da quando ero ragazzina. Ma Il fiore degli abissi, ben scritto e circostanziato da Leonilde Bartarelli, mi ha coinvolto con lo stesso spirito con cui ho letto L'isola del tesoro e la figlia del Corsaro Nero.
Così mi sono trovata immersa in una avventura che l'autrice ha saputo rendere credibile e tangibile anche dal punto di vista storico, pur non indicando luoghi e personaggi precisi.
Avventura forse anche più stuzzicante per la scelta proprio di scrivere di pirati, sicuramente un tema oggi poco gettonato ma che ci ha affascinato e fatto sognare da bambini.
Frank Spada, di cui spesso leggete news su questo blog, mi ha gentilmente omaggiato di un suo racconto che con grande gioia pubblico qui in Carta e calamaio.
Ma... come recita l'immagine... chi è Frank Spada?
Frank Spada, pseudonimo, è nato a Udine. Il suo primo romanzo - “Marlowe ti amo ”- sarà pubblicato per i tipi della RobinEdizioni/Biblioteca del Vascello (Roma) febbraio 2010. Suoi racconti sono stati selezionati in concorsi e premi letterari, e sono pubblicati in varie antologie e online.
Solitudine bulimica
Il cicalino al polso vibra luminoso – slip, reggiseno e indosso la tuta d’ordinanza. Salgo sul vagoncino, affronto il tunnel muovendomi nel silenzio di una notte spaziale che dura tutto l’anno.
Sono qui da nove mesi ruotanti il tempo sugli schermi e aspetto il cambio a breve. Siamo in due – compreso il mio compagno. È arrivato con la vettovaglia fresca dell’ultima navetta e passa i turni di riposo a leggere fumetti, e a divorare merendine chiuso nella sua cabina.
Diversi anelli attorno alla centrale di comando e arrivo all’incrocio del binario principale con quello che porta alla dispensa viveri. Il vagoncino s’arresta in automatico: il sensore segnala qualcosa sul binario. Le luci d’emergenza si spengono di colpo. Non è la prima volta che... Scendo, muovo qualche passo in là nel tunnel... Cristo! L’ingombro è il suo corpo che sobbalza, il ventre che si squarcia e vomita tentacoli, la bocca... vischiose cartine di stagnola. La pila incorporata con il casco saltella impazzita lungo le pareti. Provo a riavviare il propulsore sbloccando l’automatico; la testa si stringe in una morsa, il vagoncino non si muove. Un violento capogiro per la nausea e frantumo la visiera contro il pavimento. La luce si spegne: buio totale! Striscio via a ritroso verso l’armadietto dell’allarme generale; soffocando con i guanti una vibrazione che corre sui pannelli, che si avvicina lancinante di titanio lungo il binario. Proviene da quel corpo dilaniato; diventa un ticchettio stridente sempre più forte. Ora lo sento anche nel buio senza dimensioni che mi precede stando dietro. Sembrano mandibole schiantanti l’immaterialità dell’aria nei condotti. Il frastuono arriva da entrambe le direzioni; il tunnel, in questo tratto, non ha sbocchi. Pupille dilatate, abbagliate dall’oscurità, mi rinserro nel terrore urlan... Scranch, scranch, scranch...