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Vivo per scrivere e scrivo per vivere. Divido le mie giornate tra la passione per i viaggi, l’enogastronomia, la moto, la letteratura, la musica, e il tentativo di crescere al meglio due figli adolescenti. Il resto lo scoprirete leggendomi.
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Ipse dixit

"Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere."
(Emily Dickinson)

Ci sono certi che lo chiamano angelo, il narratore che si portano dentro e che gli racconta la vita
(Alessandro Baricco)

Un giorno senza sorriso, è un giorno perso
(Charlie Chaplin)

Non è importante sapere dove si va, ma come sarà il viaggio e se proprio vuoi sapere se la strada è quella giusta, un modo di conoscerlo c'è: quando la immagini, il cuore ti sorride
(Forrest Gump)

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Credits
ArancioGrafica (o anche ArancioMacchia che tanto fa lo stesso, sono sempre io) per il template. Splinder e Altervista per l'hosting.

Questo blog si è trasferito di casa.
Lo potete trovare all'indirizzo http://www.carlacasazza.com

Photobucket

venerdì, 06 novembre 2009, 19:12

Come potete leggere sotto la testata, questo blog si trasferisce.

Cambia contenitore e immagine ma non cambia contenuti.

Potete continuare a leggermi qui: http://www.carlacasazza.com
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mercoledì, 28 ottobre 2009, 19:54

Una nave che ha fatto la storia della Marina Militare Italiana.  L’Incrociatore Raimondo Montecuccoli, per decenni nave scuola, è passato indenne tra gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale e ha effettuato due missioni importantissime: quella in Estremo Oriente tra il 1937 e il 1938 e la crociera transoceanica del 1956.

Di questo e dei tanti aneddoti che ne hanno fatto una nave unica parlerò sabato 31 ottobre, alle ore 18, all'Auditorium Francesco e Chiara (Via San Francesco, 4) di Pavullo (Modena) in occasione delle celebrazioni per i 400 anni dalla nascita del condottiero Raimondo Montecuccoli, nativo della piccola cittadina sull’Appenino modenese.

Insieme a me rievocheranno la storia dell’incrociatore il Prof. Odone Federzoni che partecipò come atleta della nazionale di pallavolo alla crociera del 1956, e uno studente pavullese autore di una tesina sul Montecuccoli.

In occasione della conferenza, organizzata dal Lions Club Pavullo e del Frignano, verrà allestita una mostra fotografica dedicata al mio libro Montecuccoli 1937-38. Viaggio in Estremo Oriente (Bacchilega Editore) che sarà visitabile fino al 15 novembre 2009 tutti i giorni dalle ore 15.30 alle 18.30.
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mercoledì, 28 ottobre 2009, 09:42

In questi giorni il blog è poco aggiornato, ma non è per incuria o pigrizia: sto apportando importanti modifiche al mio sito e allo stesso blog.

Insomma... LAVORI IN CORSO.

A presto con tante novità.
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lunedì, 26 ottobre 2009, 07:50

... sono 42... oh my God!
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martedì, 20 ottobre 2009, 08:03

Per i riminesi e limitrofi, Michele Marziani presenta “La signora del caviale” a Rimini sabato 24 ottobre, alle ore 18,00, al Ceis - Centro Educativo Italo-Svizzero (la scuola con le baracche di legno in via Vezia, 2, in centro).



A dialogare con lui lo scrittore Piero Meldini e il critico Paolo Vachino.
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lunedì, 19 ottobre 2009, 17:11

I primi giorni, dopo l’incidente e la lunga degenza in ospedale, Emma ci era tornata quasi senza pensarci, come se una forza di attrazione la conducesse sempre lì.

Poi aveva capito che era l’istinto del “ritorno a casa” perché su quei gradini consunti dal tempo si sentiva bene, molto meglio che nel piccolo appartamento che condivideva con la cugina.

Già dai tempi dell’università, quando si era stabilita definitivamente a Roma, la scalinata di Trinità dei Monti era il suo luogo preferito: si sedeva lì in ogni stagione per studiare, leggere i classici della letteratura, un giallo mozzafiato, o semplicemente si incantava a guardare le persone che passavano.

Dopo la laurea il suo gradino preferito – il quinto a partire dal basso – era divenuto il luogo in cui preparava le lezioni e correggeva i compiti in classe, ma anche il testimone dei primi tentativi di dare corpo a qualche racconto.

Quel luogo doveva averle portato fortuna perché i racconti erano piaciuti, tanto da essere pubblicati in un’antologia. Si era convinta così a fare il grande passo: scrivere il suo primo romanzo.

O la va o la spacca, si era detta, e aveva consumato ore, giorni, gradino, dedicando tutto il tempo libero ad una storia che scaturiva dalla sua penna quasi con volontà propria.

Era primavera e la scalinata di Trinità dei Monti le faceva compagnia con i suoi fiori, mentre i turisti lanciavano monetine nella fontana della Barcaccia augurandosi che realmente quel rito scaramantico li avrebbe riportati ancora nella città caput mundi.

Immersa totalmente nella sua storia non si era quasi accorta che la primavera aveva lasciato il posto all’estate.

Dove ho la testa? si diceva, ma viveva quella svagatezza come uno stato di grazia, quasi fosse innamorata.

Stava incamminandosi per rientrare nel suo caldo appartamentino di periferia quando era accaduto l’inevitabile: mentre si chinava per raccogliere un foglio sfuggitole dal quaderno un ciclista forsennato e distratto l’aveva travolta in pieno facendola cadere all’indietro e battere violentemente la testa sul selciato.

I parenti avevano temuto l’irreparabile vedendola esangue e senza apparenti segni di vita giacere giorni e giorni nel reparto di rianimazione.

Poi Emma aveva reagito ad un raggio di sole dispettoso che si era posato sui suoi occhi chiusi e la lenta risalita verso la vita era ripresa.

 

Sono stata fortunata pensò, mentre riponeva gli appunti. Quel giorno di autunno non era riuscita a fare grandi progressi col suo libro perché distratta dai turisti che si godevano Roma e un sole ancora caldo.

La coda dell’occhio le cadde di fronte, dalla parte opposta della scalinata, dove un giovane scriveva con foga in un taccuino. Era vestito come un dandy d’altri tempi e i capelli castani e ribelli si agitavano a ritmo della sua mano che nervosa faceva scorrere una matita sul foglio.

Inglese, stabilì Emma che a furia di osservare i turisti era diventata esperta in materia.

E rimase ad osservarlo perché aveva qualcosa che la incantava: pallido, con un bel naso deciso e le labbra virili, aveva le guance scavate ma imporporate dalla foga della scrittura.

Bello e tormentato, decise prima di distogliere lo sguardo perché lui si era interrotto.

Emma si alzò a malincuore avviandosi rassegnata verso la trafila di metropolitana e autobus che la attendeva per rientrare a casa. Col pensiero però era ancora lì, sulla scalinata di Trinità dei Monti, ad osservare il dandy inglese, come lo aveva battezzato tra sé e sé.

 

«Emma? Emmaaaaaaa? Hei! Sto parlando con te! Pronto, pronto, mi senti?»

Si riscosse alla vista della cugina che le sventolava davanti al viso il tovagliolo.

«Scusami Lisa, ero soprapensiero!»

«Me ne sono accorta» sorrise la ragazza «che hai, sei innamorata?»

«No, stavo pensando ad una persona…»

«Mmmmm una persona carina?»

La incalzò Lisa.

«No, no, non pensare chissà cosa. C’è un ragazzo – io l’ho soprannominato il dandy inglese – che da qualche giorno viene sempre a sedersi sulla scalinata di Trinità dei Monti proprio di fronte a me. E scrive in continuazione, con foga. Non si guarda mai intorno. Tanto che sono riuscita ad osservarlo bene perché non alza mai gli occhi verso di me. Mi incuriosisce. Magari anch’io quando scrivo sembro così assorta come lui…»

«Sì, sì, ho capito. Uno di questi giorni mi ospiti sul tuo gradino preferito così vedo anch’io questo romantico misterioso che ti distoglie dalla scrittura del libro. Ma ora ascoltami che ti devo raccontare di ieri sera con Giacomo.»

 

Ormai era diventata un’abitudine: Emma si sedeva, apriva il suo quadernetto di appunti e iniziava a scrivere.

Poi – dopo una decina di minuti – sbirciava di fronte a sé con discrezione per assicurarsi che il dandy fosse lì.

Sembrava che l’aspettasse perché puntualmente, tutte le volte che la ragazza si sincerava della sua presenza, lui c’era.

Impossibile che non si guardi mai attorno, pensava Emma che sperava almeno una volta di incontrare il suo sguardo.

Così aveva provato a fissarlo per lungo tempo, ma niente da fare.

Poi si era resa conto di essere un po’ troppo invadente e aveva rivolto la propria attenzione alle bozze del libro: le mancava l’ultimo capitolo, ma la storia – ora – non fluiva veloce come era accaduto all’inizio.

Devo distrarmi di meno, pensò.

Qualcuno le mise le mani davanti agli occhi e per un folle attimo pensò che fosse lui. Ma la voce di Lisa la riportò alla realtà.

«Sorpresa!!!!!» le sorrise la cugina. Poi abbassando la voce ad un sussurro «allora dov’è il tuo romantico dandy?»

Emma glielo indicò con discrezione, arrossendo.

«Non prendermi in giro: per venire qui ho discusso con la titolare che non voleva darmi un’ora di permesso!»

Emma guardò Lisa stupita e incalzò «Ma non lo vedi? E’ proprio qui di fronte. Ha una giacca marrone e una camicia bianca con un grande colletto aperto. Segui il mio dito, guarda, lì.»

Lisa guardò nella direzione indicata dalla cugina mentre il sorriso le si spegneva in viso. Poi si voltò con aria preoccupata verso Emma.

«Ma lì non c’è niente. Solo un vaso di fiori…»

«Lisa, smettila!»

«Emma, non sto scherzando»

Emma impallidì.

«Oddio» sussurrò «eppure io lo vedo, davvero...»

 

Quella sera nessuna delle due ragazze aveva fame. Spiluccavano la cena e intanto cercavano di spiegarsi l’accaduto.

«Non prendertela, Emma, in fondo è poco che ti sei riavuta dall’incidente, hai battuto violentemente la testa, magari soffri di allucinazioni…»

«Un’allucinazione sempre uguale tutti i giorni? Mi sembra difficile… Io una teoria ce l’avrei. Ma te la dico solo se prometti di non prendermi per matta.»

«Promesso!» e Lisa incrociò le dita come quando erano bambine e si scambiavano segreti nascoste sotto al tavolo della cucina della nonna.

«Ho letto» proseguì Emma « che chi è stato tra la vita e la morte come me, sviluppa una sensibilità particolare, che gli permette di vedere e di percepire presenze sospese tra due dimensioni»

«Vuoi dire che…»

«Che lui è un fantasma» la interruppe Emma con voce tremante.

Lisa rimase in silenzio.

«Voglio scoprire chi è» continuò Emma in un sussurro.

 

Non ne parlarono più.

Evitavano accuratamente di toccare l’argomento nei momenti che trascorrevano insieme, ma una sottile barriera ora le divideva. Si sforzavano di essere quelle di sempre tuttavia Emma sorprendeva, a volte, la cugina ad osservarla con aria preoccupata. E le loro chiacchierate di un tempo sembravano divenute ad un tratto artificiose.

Nonostante fosse inverno, Emma continuava a sedersi ogni giorno sulla scalinata, ma invece che concentrarsi sul proprio romanzo, sfogliava volumi di storia della città per capire chi fosse il misterioso fantasma.

La presenza costante di quella figura tormentata però non la preoccupava, anzi, le faceva compagnia e si sentiva davvero serena solo quando lo guardava scrivere, quando sapeva che lui era lì.

Ormai il lungo permesso per malattia che aveva ottenuto stava per scadere e presto sarebbe tornata alle supplenze qua e là nelle scuole superiori della provincia romana.

Voleva terminare il romanzo prima di riprendere a lavorare.

Così cercò di accantonare per un po’ il mistero del dandy e di mettersi d’impegno a scrivere le poche pagine che le mancavano alla parola “fine”.

 

Ci siamo, ci siamo quasi, pensò leggendo e rileggendo l’ultimo capitolo del romanzo. Era il 23 febbraio: ancora quattro giorni e poi sarebbe dovuta tornare a scuola. Si sentiva incalzata dalla necessità di scrivere un finale all’altezza del resto, qualcosa di magico ed evocativo.

Aveva trascorso la notte a spulciare poesie d’amore perché voleva che la sua storia terminasse così, con dei versi che lei non era in grado di comporre ma che toccassero il cuore.

Da Prevert a Neruda, aveva letto frasi bellissime, ma non era ciò che cercava: sapeva che la poesia giusta l’avrebbe fatta palpitare.

Le accadeva sempre così: leggeva, leggeva, leggeva poi si soffermava su alcune righe e sentiva il cuore in gola. Pensandoci su era da un po’ che non provava quel tipo di emozione leggendo poesia. Ma sperava che capitasse di nuovo.

Così, assorta nei propri pensieri non si accorse di fissare da qualche tempo il “suo” fantasma, o quello che era.

La risata fragorosa di un turista la riscosse e mentre indugiava ancora un attimo sul giovane misterioso, lui alzò lo sguardo e la guardò diritta negli occhi.

Il cuore di Emma si fermò un istante poi iniziò a battere veloce mentre paralizzata lo osservava alzarsi e, con un sorriso malinconico, dirigersi verso di lei. Sentiva di avere il viso in fiamme e le orecchie che fischiavano.

In pochi passi lui le fu di fronte e le tese un foglio, stavolta sorridendo apertamente.

Emma non riusciva a parlare ma prese il foglio sfiorando le sue dita: pareva reale, in carne ed ossa, non era evanescente come avrebbe dovuto essere un fantasma.

Quando le loro mani si sfiorarono lui le fece come una carezza ed Emma, per l’emozione, lasciò cadere il foglio.

Si chinò per raccoglierlo e quando rialzò la testa lui era sparito.

Con le mani tremanti e un groppo in gola lesse ciò che le aveva scritto:

 

Fulgida stella, come tu lo sei

fermo foss'io, però non in solingo

splendore alto sospeso nella notte

con rimosse le palpebre in eterno

a sorvegliare come paziente

ed insonne Romito di natura

le mobili acque in loro puro ufficio

sacerdotale di lavacro intorno

ai lidi umani della terra, oppure

guardar la molle maschera di neve

quando appena coprì monti e pianure.

 

No, eppure sempre fermo, sempre senza

mutamento sul vago seno in fiore

dell'amor mio, come guanciale; sempre

sentirne il su e giù soave d'onda, sempre

desto in un dolce eccitamento

a udire sempre sempre il suo respiro

attenuato, e così viver sempre,

o se no, venir meno nella morte.

John Keats

 

Emma aveva trovato la sua poesia.

 

John Keats (1795-1821) poeta inglese immaginifico e malinconico, compose le sue migliori opere dopo avere conosciuto nel 1818 Fanny Brawne ed essersene innamorato ricambiato.

Nel 1820 a causa della salute sempre più cagionevole dovette lasciare Fanny e l’Inghilterra per stabilirsi a Roma in un palazzo affacciato sulla scalinata di Trinità dei Monti.

Morì il 23 febbraio 1821 e fu sepolto nel Cimitero protestante di Roma dove, su sua richiesta, fu posta una lapide la cui epigrafe aveva composto lui stesso: Here lies one whose name was write in water (Qui giace uno il cui nome fu scritto nell'acqua).
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mercoledì, 14 ottobre 2009, 14:48

Partecipo anche io, col mio libro Montecuccoli 1937-38. Viaggio in Estremo Oriente al Bookavenue Book Festival.


Come tutti i festival letterari che si rispettino ci saranno presentazioni ed incontri con l'autore ma in questo caso la novità è che si verificheranno tutti on line.


Qui trovate il programma completo. Venitemi a trovare se vi va.

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mercoledì, 14 ottobre 2009, 11:32

Ormai il conto alla rovescia per l'uscita del primo romanzo di Frank Spada è iniziato: Marlowe ti amo verrà pubblicato da Robin Edizioni nel febbraio 2010.

Nell'attesa, e per farvi incuriosire, ecco l'incipit gentilmente concesso dall'autore.



I.1


 


Aria calda dal mare a folate grigie nel cielo. Schiena umidiccia e pantaloni appiccicati guido la mia vecchia Olds lungo Bel Air. Accosto dietro uno scassato furgone rosso ed entro nel bar lì accanto per chiedere da che parte per Sausolito Road. Dentro, solo il barista, in fondo al bancone con la testa china a leggere chissà cosa; ordino spremuta e gin. Tolgo con le dita il ghiaccio e gli chiedo di rabboccare. Solo liquore, mescolare bene, prego. Due lunghe sorsate m’imperlano la fronte, accendo una sigaretta e guardo il filo azzurrognolo turbinare verso il ventilatore, sputando un grosso seme contro una mosca che si rigira sullo sgabello, cuoio rosso, sudicio. Pollastrelle appollaiate, bere e fumare aspettando i loro ganzi – ogni tanto al cesso per rifarsi i musi – e nel cuore il sogno di vivere lontano. Riparto fischiando sull’asfalto un’inversione a U, poi mi metto tranquillo sulle 50 miglia. Wild Corner Bridge, girare a destra e salire lungo i tornanti verso Sunnyhotline. Accendo la radio – cra-cra – forse stasera un bel temporale, nel frattempo godetevi la grande orchestra di Stan Kenton e i brividi dei “No Press” di Maynard Ferguson. Spero che questa volta le previsioni facciano centro, il polveroso vento caldo delle ultime settimane ha reso l’aria davvero irrespirabile.


– Marlowe, fammi un piacere, è la vedova di un mio vecchio compagno d’armi, vedi cosa puoi fare, – ha chiesto il Capitano qualche giorno fa, dicendo che la donna, Angela G., ha una piccola tenuta sull’altopiano della Sierra do Sol, dove vive tra aranci, qualche baio e conti in ordine, e che dopo la morte del marito è incalzata da alcune compagnie di assicurazione. Per nulla al mondo vorrei scontentarlo, quello che mi ha chiesto è pur sempre un lavoro e “un lavoro tira l’altro”, come ripeteva spesso mio padre guardando mamma che preparava le frittelle e non decidendosi su quale brocco fare la puntatina settimanale, mentre io cercavo di partecipare ai suoi problemi promettendogli che una volta saremmo andati assieme alle corse. E invece lo lasciavo sempre lì con gli occhi ai piedi, immobilizzato nella sua poltrona a ricordarmi che il lavoro non perdona, quando lo si prende a grandi dosi e per lunghi anni. Il Capitano della Sezione omicidi ha origini italiane, siciliane, di nome fa Santini e suo padre era amico del mio. Lo conosco da quand’ero bambino, esattamente dal giorno in cui venne a farci visita tutto in tiro nella sua divisa di giovane cadetto di polizia e fece uno scherzoso baciamano a mia madre tenendo il cappello a visiera sotto il braccio come si conviene, e io pensai fosse Petrosino e lo guardai ammirato accanto a mio padre che si complimentava dandogli manate pesanti come macigni sulle spalle. Ma tutto questo è ormai lontano nel tempo, quanto il vecchio quartiere dove abitavo allora e che oggi ha lasciato il posto al Pacific War Memorial, un luogo di ricordi.Svolto all’indicazione e mi fermo al numero 1517 di Longsdale Road.


Dalla grata di un citofono mezzo nascosto da una lussureggiante tuberosa in fiore qualcuno gracchia qualcosa, poi lentamente il cancello automatico si apre e salgo lungo un viale inghiaiato che scricchiola sotto i pneumatici.La casa è quasi un palazzetto, due piani falso inglese di mattoni rossi e torrette a ogni angolo. Intravedo nell’avancorpo delle rimesse una limousine nera, sul lato opposto, seminascosta dietro un’aiuola alberata, una Austin MK azzurra senza capote, ultime due lettere della targa “J-Y”. Una tenda si scosta leggermente al primo piano. Ad attendermi un cinese in maniche di camicia e grembiule rosso che mi sorride fasullo.La grande stanza dove mi lascia pregandomi di aspettare è zeppa di libri in marocchino rosso ben allineati dietro le vetrine di una libreria che racchiude l’intero ambiente in penombra. Spessi tendaggi alle finestre appena socchiuse, divani larghi come letti, molte poltrone, un lungo tavolo ingombro di carte, un imponente caminetto in pietrame e accanto un elegante scrittoio di legni multicolori oltre a tappeti uno sull’altro e un soffocante profumo di gardenie che si mescola all’odore d’aria in scatola. Avverto la presenza di qualcuno alle mie spalle, mezzo giro con la testa e me la trovo quasi di fronte: trent’anni, o qualche giorno di più, si accomoda flessuosa su un divano lasciando uscire allo scoperto due lunghe gambe da far rabbrividire un cieco. La sua voce roca m’invita a servirmi del posacenere sul tavolo e cerco subito di far sparire un resto grigio cadutomi sui pantaloni, prima di sentirmi già in castigo dietro la lavagna.Comincio a osservarla, indossa una leggera vestaglia di seta tenuta aderente al corpo solo da una fascia stretta in vita; ha l’aria d’averla infilata con il fastidio di chi smette qualcosa di piacevole. Con un rapido movimento lancia verso l’alto i lunghi capelli castani, spazzolati in gran fretta e raccolti di lato con un pettine arabescato fitto di pietruzze multicolori; e quelli ridiscendono ad accarezzare l’aria del suo profumo. Né trucco né calze, ai piedi scarpe nere di camoscio dal tacco altissimo che forse stanotte ha mandato in fondo al letto con un colpo di gambe prima di passare ad altro. Alta concentrazione di femminilità e chincaglieria di prim’ordine si accompagnano alla consapevolezza di poterne disporre a suo piacimento. [...]


 

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martedì, 13 ottobre 2009, 11:14

Andrea Raggio, soprannominato il Rosso, è diventato pirata suo malgrado in seguito ad una turbolenta adolescenza e una gioventù come schiavo dei barbareschi.

Ora che finalmente è libero veleggia nel Mediterraneo del XVI secolo tra pescatori di corallo, ricche galee e feluche arabe, dame, notabili e mercanti corrotti, trafficanti, fanciulle indifese ( o forse no).

In un crescendo di avventure intreccia le proprie vicende con donne affascinanti, spietati contrabbandieri europei e moreschi, oltre ad una vecchia conoscenza che gli ricorda i tempi della schiavitù. Assieme ai suoi uomini più fidati si imbarcherà in un'impresa rischiosa come nelle migliori avventure di mare. Era tanto che non leggevo un romanzo di avventura che raccontasse di pirati, forse da quando ero ragazzina. Ma Il fiore degli abissi, ben scritto e circostanziato da Leonilde Bartarelli, mi ha coinvolto con lo stesso spirito con cui ho letto L'isola del tesoro e la figlia del Corsaro Nero.

Così mi sono trovata immersa in una avventura che l'autrice ha saputo rendere credibile e tangibile anche dal punto di vista storico, pur non indicando luoghi e personaggi precisi.

Avventura forse anche più stuzzicante per la scelta proprio di scrivere di pirati, sicuramente un tema oggi poco gettonato ma che ci ha affascinato e fatto sognare da bambini.

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venerdì, 02 ottobre 2009, 00:47




Frank Spada, di cui spesso leggete news su questo blog, mi ha gentilmente omaggiato di un suo racconto che con grande gioia pubblico qui in Carta e calamaio.



Ma... come recita l'immagine... chi è Frank Spada?




Frank Spada, pseudonimo, è nato a Udine. Il suo primo romanzo - “Marlowe ti amo ”- sarà pubblicato per i tipi della RobinEdizioni/Biblioteca del Vascello (Roma) febbraio 2010. Suoi racconti sono stati selezionati in concorsi e premi letterari, e sono pubblicati in varie antologie e online.











Solitudine bulimica




 Il cicalino al polso vibra luminoso – slip, reggiseno e indosso la tuta d’ordinanza. Salgo sul vagoncino, affronto il tunnel muovendomi nel silenzio di una notte spaziale che dura tutto l’anno.



 Sono qui da nove mesi ruotanti il tempo sugli schermi e aspetto il cambio a breve. Siamo in due – compreso il mio compagno. È arrivato con la vettovaglia fresca dell’ultima navetta e passa i turni di riposo a leggere fumetti, e a divorare merendine chiuso nella sua cabina. 



 Diversi anelli attorno alla centrale di comando e arrivo all’incrocio del binario principale con quello che porta alla dispensa viveri. Il vagoncino s’arresta in automatico: il sensore segnala qualcosa sul binario. Le luci d’emergenza si spengono di colpo. Non è la prima volta che... Scendo, muovo qualche passo in là nel tunnel... Cristo! L’ingombro è il suo corpo che sobbalza, il ventre che si squarcia e vomita tentacoli, la bocca... vischiose cartine di stagnola. La pila incorporata con il casco saltella impazzita lungo le pareti. Provo a riavviare il propulsore sbloccando l’automatico; la testa si stringe in una morsa, il vagoncino non si muove. Un violento capogiro per la nausea e frantumo la visiera contro il pavimento. La luce si spegne: buio totale! Striscio via a ritroso verso l’armadietto dell’allarme generale; soffocando con i guanti una vibrazione che corre sui pannelli, che si avvicina lancinante di titanio lungo il binario. Proviene da quel corpo dilaniato; diventa un ticchettio stridente sempre più forte. Ora lo sento anche nel buio senza dimensioni che mi precede stando dietro. Sembrano mandibole schiantanti l’immaterialità dell’aria nei condotti. Il frastuono arriva da entrambe le direzioni; il tunnel, in questo tratto, non ha sbocchi. Pupille dilatate, abbagliate dall’oscurità, mi rinserro nel terrore urlan... Scranch, scranch, scranch...















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